Il vascello fantasma, di Emilio Salgari

Il racconto di Emilio Salgari che dà il tema al Concorso Emilio Salgari Short Stories

La bellissima immagine è di Gianni Burato

Da quindici giorni avevamo lasciato le coste dell’Africa diretti a Fernambuco, uno del più bei porti del Brasile e anche uno dei più pericolosi, perché durante la stagione calda la febbre gialla uccide ogni anno un numero ragguardevole di persone, scegliendo a preferenza gli Europei.
Durante quelle due settimane, trascorse sotto un calore veramente asfissiante, nessuna nave s’era incrociata con la nostra, né alcuna isola che rallegrasse i nostri sguardi, stanchi di mirare quella interminabile pianura liquida, era comparsa sull’orizzonte.
Sempre acqua, cielo, e poi acqua e cielo ancora e caldo da far impazzire. Quanto è terribile quella zona torrida, dove non si può respirare una boccata d’aria fresca, nemmeno durante la notte!
E le coste del Brasile erano ancora così lontane, a causa di quei venti debolissimi, che imprimevano alla nostra nave la velocità d’una lumaca.
Il sedicesimo giorno s’era finalmente levato un vento piuttosto forte e il cielo s’era coperto di nuvoloni neri come la pece, annunzianti una di quelle tempeste, che sono così pericolose sotto quei climi brucianti.
L’oceano aveva incominciato a gonfiarsi. Quella superficie liquida, fino allora tersa come una lastra infinita di metallo incandescente, si rompeva qua e là, sollevandosi in ondate abbastanza violente, le quali ci trabalzavano disordinatamente con poca soddisfazione dei nostri stomachi.
Nondimeno tutti avevamo salutato con gioia quell’uragano apportatore di un po’ di frescura, e probabilmente d’un furioso acquazzone da lungo tempo desiderato. Al pericolo non ci si pensava e poi avevamo una fiducia completa nell’ abilità del nostro comandante e nelle buone qualità nautiche della nostra nave.
L’uragano si addensava a vista d’occhio. Dal sud le nuvole accorrevano vorticosamente, accavallandosi e facendo morire la luce.
Una strana oscurità si diffondeva sull’ oceano, rotta di quando in quando da lampi vividi, che avevano delle strane tinte.
La nostra nave, dopo tanti giorni di calma, aveva ripreso la sua veloce corsa, sferzando le onde che l’assalivano con lo sperone e talvolta anche col bompresso
L’oceano ribolliva formidabilmente, sollevato da un ventaccio caldo, soffocante, che spirava dalla zona torrida.
Degl’immensi cavalloni si scagliavano in tutte le direzioni con muggiti assordanti, spruzzandoci di spuma.
Erano le sette di sera e l’oscurità era diventata più profonda, quando udimmo una voce gridare:
– Nave dinanzi a noi!
L’incontro d’un veliero, specialmente nelle regioni poco frequentate, è sempre un avvenimento.
Ci eravamo, dunque, tutti precipitati verso prora per osservarla e anche per accertarci della sua direzione, perché le collisioni sono frequenti anche sull’ oceano.
La nave segnalata era un grosso bastimento tutto nero, di forme pesanti e aveva spiegato le vele basse.
Veniva da occidente e correva verso oriente, tagliandoci la via. Alla luce dei lampi sulla sua tolda, non avevamo scorto persona alcuna, nemmeno al timone.
– È strano, – esclamò il capitano. – Si direbbe che quella nave sia stata abbandonata dal suo equipaggio.
Ed infatti quel veliero non teneva una rotta ben definita. Correva a zig-zag, scendendo e salendo le onde, senza tentare alcuna manovra per approfittare del vento.
Il capitano, assai inquieto, aveva dato ordine di tenerci pronti per virare di bordo, perché, se avessimo continuato ad avanzare, vi sarebbe stata qualche probabilità di cozzarla o di venire urtati.
La più viva curiosità si era impadronita di tutti noi. Dove andava quella nave, e quali uomini la montavano, e come mai non ci avevano scorti mentre il cielo era incessantemente solcato da lampi abbaglianti?
Ad un tratto un dubbio si era fatto strada nei nostri animi. Tutti avevamo udito parlare del famoso vascello fantasma, che molti marinari asserivano di avere incontrato nei paraggi meno frequentati.
Che quella nave fosse quella montata dall’Olandese maledetto, che per aver rinnegato Dio, era stato dannato a percorrere in eterno gli oceani fra lampi, tuoni e tempeste?
Un superstizioso terrore ci aveva invasi tutti ed i nostri occhi si fissavano con ispavento su quella nave, che correva sulle creste delle onde senza alcun uomo al timone e senza mai cambiare velatura.
Anche il nostro capitano, quantunque noto pel suo coraggio, ci sembrava fortemente impressionato.
Temendo una collisione, aveva dato ordine di contrabbracciare le vele e di tenerci pronti a qualsiasi evento, perché non era escluso il sospetto che potesse anche trattarsi di qualche nave montata da corsari.
Intanto quel misterioso vascello continuava ad accostarsi, facendo delle brusche deviazioni. Noi avevamo puntato i nostri cannocchiali sulla coperta per vedere se realmente non vi era a bordo alcuna persona.
I lampi erano diventati così frequenti che ci vedevamo meglio che di giorno e, fosse caso o non so che altro, pareva che si proiettassero con particolare predilezione su quella nave.
Ad un tratto udii un ufficiale che mi stava presso a dirmi:
– Vi è qualcuno su quella nave!… Avete osservato bene?
– Non mi parve d’aver scorto nessuno, – risposi.
– Guardate alla base dell’ albero maestro. Si direbbe che vi è un uomo legato.
– Ed uno impiccato sul pennone di contropappafico! – urlò un contromastro, che guardava, tenendosi ritto sul bastingaggio. – Guardate! Guardate! Il vento lo fa danzare!
Un fremito di terrore ci aveva scossi tutti.
Appeso al pennone indicato dal mastro, avevamo, in fatti, scorto una figura umana che il ventaccio dondolava impetuosamente.
– E un impiccato! – aveva ripetuto il mastro.
– Guardatevi! – aveva risposto un vecchio marinaro dalla barba bianca. – È il vascello fantasma dell’Olandese.
– Silenzio! – tonò il capitano, che non aveva mai creduto all’esistenza della nave maledetta. – Pronti a virare di bordo! Via!
La nostra nave aveva appena deviato dalla sua rotta primiera, che il vascello, sospinto dalle onde e dal vento, ci passava dinanzi la prora con velocità fulminea, scomparendo ben presto fra le tenebre.
I lampi erano improvvisamente cessati ed alla notte di fuoco era successa una notte buia come il fondo d’un pozzo.
Io mi ero accostato al capitano, il quale, ritto sulla passerella, pareva che cercasse di discernere quella nave misteriosa.
– Che cosa ne dite, comandante? – gli chiesi. – Che il vascello fantasma non sia una leggenda?
Il capitano mi guardò, sorridendo ironicamente, poi mi disse:
– Non credo al vascello fantasma, tuttavia…
– A qualche cosa credete.
– Lasciamo le superstizioni ai marinari, – rispose, scrollando il capo. – Ciò che mi preoccupa è il possibile incontro con quella nave.
Con questa oscurità potrebbe venire a gettarsi ancora attraverso la nostra prora.
– Se correva verso l’est!
– Se nessuno la guida, il vento, che tende già a girare, potrebbe sospingerla verso di noi.
– Che cosa supponete che sia? Una nave corsara?
– No, una nave abbandonata dal suo equipaggio.
– E quell’uomo impiccato?
– Ah! Sì, me l’ero dimenticato! – esclamò il comandante, battendosi la fronte. – Vi era un impiccato appeso al contropappafico. Un bel mistero.
– Che vorreste chiarire?
– Sì, – disse il comandante. – Se quest’uragano si calma, ci metteremo in cerca di quella nave misteriosa.
Intanto, raccomandate ai nostri uomini buona guardia. Una collisione con quel grosso vascello sarebbe fatale per noi.
La burrasca, che continuava sempre violentissima, pareva che dovesse mandare all’ aria i progetti concepiti dal comandante per iscoprire il mistero che avvolgeva quella nave.
Il vento ci cacciava ora verso levante, mentre quel vascello si era allontanato verso ponente, e non accennava a cambiare direzione.
Le raffiche si succedevano alle raffiche, scotendo fortemente la nostra alberatura, minacciando di sventrarci le poche vele che avevamo conservate per dare maggior stabilità alla nostra nave.
Le onde, poi, invece di spianarsi, s’alzavano sempre più con muggiti spaventevoli e ci piombavano addosso a babordo ed a tribordo, sollevandoci e inabissandoci.
Preoccupati dalla crescente furia della bufera, ci eravamo quasi dimenticati della nave misteriosa, quando verso le due del mattino, alla luce di un lampo, la scorgemmo novamente.
Non potevamo ingannarci. Era la stessa nave, tutta nera, con le sole vele basse spiegate al vento, e l’impiccato dondolante al di sotto del pennone di contropappafico.
Un grido di stupore e anche di terrore era sfuggito da tutte le labbra e la fronte del capitano si era rannuvolata.
Come mai quella nave, che avevamo incontrata in rotta verso occidente e che pareva non avesse a bordo alcun essere vivente, era tornata verso oriente? Era bensì vero che le sue vele giravano a seconda del vento, che, per un caso prodigioso, avevano potuto forzare la nave a virare di bordo, pure la cosa ci sembrava così strana da produrre su di noi un’immensa impressione.
– È la nave del diavolo! – aveva esclamato un contromastro, mentre un pallore cadaverico si diffondeva sul suo volto. – Vi dico io, ragazzi, che ci porterà sventura e che ci manderà tutti a tener compagnia ai pesci!
– No, è il vascello fantasma dell’Olandese! – aveva gridato un marinaro, facendosi il segno della croce. – Se ci tocca, porterà via le nostre anime!…
Il capitano, temendo che quelle parole influissero sinistramente sugli animi, già perfino troppo superstiziosi dei marinari, era sceso dalla passerella, gridando:
– Silenzio! Chi parla lo faccio mettere ai ferri! Pronti a mettervi in caccia!
Da uomo veramente coraggioso, il comandante aveva preso rapidamente il suo partito.
– Noi sveleremo questo mistero, – aveva detto. – Daremo la caccia a quella nave e la seguiremo dovunque, anche attraverso a tutto l’Atlantico.
Avevamo virato di bordo, tornando anche noi verso oriente.
La nave misteriosa si trovava a circa un miglio e continuava la sua corsa disordinata, sbandata sul tribordo. Faceva dei frequenti salti, deviando bruscamente ora verso il sud ed ora verso il nord, a seconda che le sue vele ed il suo timone subivano l’influsso del vento e delle onde.
Ormai eravamo certi che non vi fosse alcun uomo a bordo, perché diversamente avrebbe tenuto una rotta più regolare.
L’inseguimento però non era facile, continuando la burrasca ed in quanto ad abbordarla non vi era pel momento da pensarvi.
Se avessimo voluto accostarla le onde ci avrebbero fracassati.
Era quindi necessario attendere che l’uragano si calmasse e che le onde si spianassero per permetterci di mettere in acqua le scialuppe.
Tutta la notte continuammo a seguire la nave nella sua corsa capricciosa. I marinai cominciavano a rinfrancarsi perché anche ai loro occhi ormai quel vascello non appariva più come la leggendaria nave dell’Olandese, bensì come un legno qualunque abbandonato dal suo equipaggio.
Una certa impressione era però rimasta in tutti, causata da quell’impiccato dondolante sotto il contropappafico.
All’ alba avevamo guadagnato già più di tre gomene, tuttavia lo stato del mare c’impediva ancora di accostare la nave, quantunque il vento fosse notevolmente scemato e le onde a poco a poco si spianassero.
Verso il tramonto, il capitano diede ordine di calare in acqua la grande scialuppa per abbordare la nave miosteriosa.
Vi scendemmo assieme a dieci marinai, portando con noi un grappino d’arrembaggio, delle torce e prendemmo il largo, mentre la nave bordeggiava a breve distanza, per accorrere in nostro soccorso, nel caso che le onde ci avessero rovesciati.
Il mare non si era ancora completamente rabbonito e la nostra scialuppa trabalzava fortemente, ora librandosi sulle creste spumeggianti dei cavalloni ed ora scendendo velocemente negli abissi.
Però l’abilità dei nostri marinari, finalmente, trionfò e la scialuppa potè giungere presso la nave misteriosa, la quale rullava con mille scricchiolii sinistri fra le onde incalzanti.
– Gettate il grappino! – comandò il capitano.
Un marinaro, abbandonato il remo, prese l’arpione che era attaccato ad una solida corda e lo lanciò destramente, imbrogliandolo fra le griselle.
La scialuppa fu accostata sotto una scala di corda, che pendeva dalla murata di babordo e subito il capitano si aggrappò alle funi, seguito da me e da quattro marinari muniti di torce e armati di rivoltelle.
Appena saliti sul ponte, un odore pestilenziale, che pareva uscisse dal boccaporto spalancato, ci giunse al naso, facendoci indietreggiare.
– Qui ci sono dei morti, – disse il capitano, impallidendo.
– Capitano, – diss’io, – lasciamo andare questa nave. Forse l’equipaggio è stato ucciso dalla febbre gialla.
– No, – mi rispose. – Voglio chiarire questo mistero. E poi io non credo che la febbre gialla abbia fatto strage dell’ equipaggio di questa nave.
– Chi volete che sia stato?
– lo non lo so ancora, ma quell’uomo che pende dall’ alberetto con una cravatta di spago al collo, mi fa nascere dei gravi sospetti. Animo, vediamo di che cosa si tratta.
Vincendo la ripugnanza e turandoci il naso, ci avanzammo fino al boccaporto, il quale, come dissi, era rimasto aperto.
Era precisamente da quell’ apertura che usciva quel tanfo insopportabile di carne corrotta.
Quando fummo giunti presso il boccaporto, un orribile spettacolo si offrì ai nostri occhi.
Undici uomini giacevano sul tavolato del frapponte, stesi uno a fianco dell’ altro, coi volti disfatti dalla putrefazione.
Erano dieci marinari ed un ufficiale.
– Chi può aver compiuto questo massacro? – si chiese il capitano, accostando una torcia al boccaporto.
– Che siano invece morti in seguito a qualche malattia epidemica? – chiesi io.
– Avete coraggio? – mi domandò il capitano.
– Credo, – risposi, quantunque invece mi sentissi le gambe tremare.
– Allora scendiamo.
– Forse commettete un’imprudenza, – osservai.
Il capitano, invece di rispondere, si turò il naso con un fazzoletto e scese lentamente in mezzo a quel carnaio umano.
Noi lo avevamo seguito molto a malincuore però.
Il capitano osservò ad uno ad uno quei cadaveri, i quali mostra vano tutti d’aver provato una lunga e atroce agonia per gli sguardi sconvolti ed i lineamenti alterati, e con istupore constatò che nessuno aveva ricevuto alcuna ferita.
– Che cosa dite, voi? – mi chiese.
– Mi nasce un sospetto, capitano, – risposi.
– Quale?
– Che questi uomini siano stati avvelenati.
– E da chi?
– E l’uomo impiccato? L’avete dimenticato?
– Andiamo a visitare le cabine, – mi disse il capitano. Attraversammo la stiva e, giunti nel quadro, entrammo nella piccola saletta.
Disteso al suolo vi era un altro uomo, il capitano della nave, con la testa fracassata da un colpo d’arma da fuoco.
– Qui è stato commesso un delitto, – dissi.
– Sì, – mi rispose il comandante, – e la morte di questo sventurato non deve risalire a più di tre o quattro giorni.
– Che questa nave sia stata assalita dai pirati? – chiesi.
– L’avrebbero saccheggiata, mentre, invece, nulla è stato toccato.
– Esaminiamo le carte di bordo.
Essendo i tiretti tutti aperti, ci fu facile trovarle. Apprendemmo così che quella nave si chiamava il Ferdinando Cortes, che era salpata da Vera Cruz con un equipaggio di quindici persone, compreso il capitano ed il secondo ufficiale, e che doveva recarsi a San Paolo de Loanda per caricare legno rosso.
– Quindici uomini! – esclamò il comandante. – Ne mancano due allora.
– Sì, perché, compreso l’impiccato, non ve ne sono che tredici a bordo, – risposi io.
– Dove saranno gli altri due?
– Cerchiamoli, capitano.
Furono fatti salire altri marinari dalla scialuppa, furono accese tutte le torce e cominciarono le ricerche.
Fu visitata accuratamente la stiva, poi la sentina, gli alloggi di prora e di poppa e senza alcun risultato. I due uomini, che pure dovevano essersi imbarcati, come risultava chiaramente dalle carte di bordo, non si rinvennero in alcun luogo.
Che cosa era accaduto di loro?
– Che siano periti prima di questi disgraziati, e che i loro compagni li abbiano gettati in mare? – diss’io al comandante.
Questi scosse la testa con un gesto di dubbio.
– Vi sono delle scialuppe a bordo di questa nave? – chiese poi improvvisamente.
– Una sola, il piccolo canotto, – risposi io.
– Allora manca la scialuppa. Una nave così grossa non deve averportato con sé un solo canotto, appena sufficiente a contenere quattro o cinque uomini.
Tutti eravamo stati colpiti da quel ragionamento.
Ormai avevamo la convinzione che i due marinari mancanti si fossero imbarcati.
Il mistero si complicava sempre più.
– Capitano, – dissi, – facciamo calare l’impiccato.
– Non ischiarirà questa lugubre storia, – mi rispose. – Tuttavia, proviamo.
Due marinari salirono fino all’ alberetto, portando delle funi, legarono l’impiccato, tagliarono la corda, che lo teneva sospeso al pennone e lo calarono in coperta.
Quello sciagurato era un giovane di venticinque o ventotto anni, alto, bruno come un meticcio, con una barba nerissima, che gli dava un sinistro aspetto.
Pareva che la sua morte non datasse che da due o tre giorni al più, perché le sue carni non avevano ancora cominciato a putrefarsi.
Lo frugammo e in una tasca trovammo una grossa busta sulla quale stava scritto, con quel carattere grosso, che è una specialità dei marinari, le seguenti parole:
«Da leggersi dopo la mia morte».
Una viva curiosità si era impadronita di noi, perché avevamo la certezza di poter finalmente dischiudere il mistero.
Il capitano lacerò la busta e vi trovò dentro alcuni foglietti coperti da una calligrafia identica a quella della busta.
Quei fogli contenevano una confessione completa di quanto era avvenuto su quella nave messicana, scritta qualche ora prima che quell’uomo, vinto dai rimorsi, si suicidasse.
Ecco brevemente quella lugubre storia:
Il Ferdinando Cortes aveva lasciato Vera Cruz due mesi prima che noi l’incontrassimo, portando a bordo quindici uomini, compresi gli ufficiali.
Dopo quarantacinque giorni, due marinari, d’accordo col suicida, avevano tramato una rivolta per impadronirsi della nave.
Scoperti prima dell’ epoca stabilita, il capitano, uomo energico e coraggioso, aveva affrontato risolutamente i tre miserabili, e fattili incatenare li aveva rinchiusi nella cala in attesa di consegnarli alle autorità di San Paolo de Loanda.
Per mala fortuna, le misure non erano state prese con troppa precauzione ed i tre ribelli, dopo qualche settimana, erano riusciti a spezzare le loro catene e a riacquistare la libertà.
Più risoluti che mai nel loro intento e smaniosi di vendicarsi, quei miserabili avevano avvelenato le provviste di bordo mediante una scatola di acido prussico, che avevano sottratta al carico.
Pochi minuti dopo tutti quei disgraziati erano caduti uno sull’altro. Solo il capitano, per un caso fortuito, era sfuggito al veleno; ma, sorpreso dai ribelli nella sua cabina, era stato subito freddato con un colpo di pistola. Commesso l’orrendo delitto, i rimorsi non avevano tardato a sorprendere quegli avvelenatori.
Due marinari, non potendo più reggere alla vista de’ loro compagni distesi nel frapponte, la sera stessa del delitto avevano abbandonato la nave, imbarcandosi nella scialuppa; il terzo, pazzo di terrore, dopo essere rimasto tre giorni solo sulla nave, in mezzo a tutti quei morti che il caldo equatoriale cominciava ad imputridire, si era impiccato.
– Miserabili! – aveva esclamato il capitano, dopo d’aver letto la confessione del suicida. – Noi non lasceremo impunito questo atroce delitto.
– Volete raggiungere i fuggiaschi? – chiesi io.
– Sì, dovessi percorrere tutto l’Atlantico. Devono aver lasciato la nave da tre giorni, e se la tempesta non li ha inghiottiti, pagheranno il fio del loro misfatto.
Restammo tutta la notte a bordo del vascello, poi al mattino, dopo d’aver recitato la preghiera dei defunti, fu data onorevole sepoltura a quei miseri, chiusi entro amache con palle di cannone.
L’impiccato, invece, dai marinari furiosi, fu scaraventato in mare senza amaca e senza palla, ed ebbero la consolazione di vederlo divorare da un mostruoso pescecane, che ronzava attorno alla nave.
Non volendo abbandonare quella grossa preda, che, secondo le leggi marittime, spettava in gran parte a noi e avendo sovrabbondanza di equipaggio, lasciammo a bordo otto marinari ed un mastro con l’ordine di attendere il nostro ritorno.
Alle dieci il nostro veliero era già in caccia. Volevamo raggiungere a qualunque costo i due marinari per far scontar loro l’atroce delitto.
Il mare essendosi calmato e soffiando una tresca brezza, in poco tempo perdemmo di vista la nave messicana.
Avevamo messo la prora verso la costa brasiliana, essendo la terra più prossima.
I due miserabili dovevano aver preso quella direzione, non essendovi che pochissime isole nell’ Atlantico e tutte assai lontane dalla nostra rotta.
Non erano trascorse ventiquattr’ore quando fu segnalato, sull’infinito oceano, un punto nero, che non doveva essere una nave, non avendo scorto alcuna vela bianca sopra di essa.
– Deve essere la scialuppa, – disse il capitano, il quale aveva puntato un cannocchiale.
Facemmo forza di vele e dopo tre ore giungevamo a poche gomene da una barca montata da due uomini.
Costoro, vedendoci, avevano alzato uno straccio su di un remo, facendoci dei segnali di soccorso.
Non s’immaginavano di certo quale soccorso li attendeva.
Il comandante fece fermare la nave per lasciar tempo ai due miserabili di raggiungerci, poi fece gettar la scala.
I due marinari della nave messicana erano entrambi giovani e robustissimi, con capelli e barba lunghissimi ed avevano certi occhi da non ispirare soverchia fiducia.
Appena giunsero sulla nostra nave, il capitano mosse loro incontro, dicendo con un sorriso sardonico:
– Sono ben contento di avervi raccolti. A quale nave appartenevate?
Ad un legno messicano, affondato tre settimane or sono, – rispose uno di quei ribaldi.
– Il suo nome?
– Il Ferdinando Cortes.
– Ed i vostri compagni si sono tutti annegati, non è vero?
– Tutti, comandante, – rispose il briccone con voce sempre tranquilla.
– Eppure, giovanotti miei, – disse il capitano il quale non poteva più frenarsi, – abbiamo abbordato il Ferdinando Cortes ed a bordo aveva il suo equipaggio, ma non era più vivo, capite, canaglie. Marinari, arrestate quei due miserabili!
Un momento dopo i due avvelenatori si trovavano nella cala coi ferri alle mani ed ai piedi.
La stessa notte raggiungemmo il Ferdinando Cortes e riprendemmo la navigazione, giungendo a Fernambuco una settimana dopo.
I due Messicani furono subito consegnati alle autorità brasiliane, le quali non perdettero tempo nell’istruire il processo.
Fu pronunziata la sentenza di morte e, quattro giorni dopo il nostro arrivo, venivano impiccati in presenza d’una folla enorme.
In quanto alla nave fu venduta e ad ognuno di noi toccò una buona somma, che naufragò però presto nella città brasiliana.

Be Sociable, Share!