Olimpio da Vetrego

Poema comicavalleresco

di Stefano Tonietto

Armi, donne, cavalli e capitani,

diavoli e papi, santi e peccatori,

stragi e massacri e corpi fatti a brani,

principi, duchi, conti e imperatori,

genti di Cristo e popoli pagani,

vizi, virtù, pietà, gioie, dolori,

morte per aria ed acqua e terra e fuoco

io canterò; scusatemi s’è poco.

(XLVII, 1)

Un menestrello poco amato dalla Musa stipula un patto “scellerato” con un forzuto e rude agricoltore della profonda campagna veneta: questi, Olimpio, trasformatosi in prode cavaliere, attraversando un’improbabile Italia cinque-secentesca e percorrendo i più svariati generi letterari, compirà mirabolanti imprese che dovranno costituire la trama di un’opera da dedicare a qualche gran signore in cambio di moneta sonante.

Nel solco della migliore tradizione letteraria, ma con una stupefacente carica innovativa, Olimpio da Vetrego può fregiarsi senza timore del titolo di “poema”, collocandosi tra il picaresco e il classico, tra il satirico alla Parini e il pastiche alla Gadda, tra il gotico e il boccaccesco, con echi di Rabelais, Ruzante, Folengo e Pulci, e suscitando in più di un passaggio un accostamento, per nulla blasfemo, alla Commedia, al Decameron o al Don Chisciotte.

Interamente concepito in ottave di endecasillabi, per complessivi sessantaquattro canti e 37.064 versi, Olimpio da Vetrego costituisce un’esplicita sfida all’egemonia del romanzo in prosa.

 

Copertina di Carlo Pedrazzini

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